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Dai cumuli di terra e di ghiaccio provenivano lamenti, invocazioni, grida d’aiuto. Occorreva scavare. Immediatamente. I sopravvissuti cercavano e chiedevano pale e picconi, ma inutilmente. Tutto o quasi era stato  ingoiato dalla terra o nascosto dalla neve alta, e così anche gli attrezzi di lavoro quotidiano, ora indispensabili. 

Fu così che Samuele, solo e contro il parere degli altri, si avviò, coperto di stracci, in quel rigido mattino di gennaio, verso il vicino paese di Lecce. Così, senza una ragione, se non  quella di avere lì delle conoscenze, per via del suo commercio in ferramenta. Non sapeva se negli altri paesi era crollato tutto, ma sapeva di certo che peggio che a Gioia non poteva trovare. Passo dopo passo, cominciò ad avvistare le prime case. 

Comprese in un attimo che Lecce, pur colpito, era in condizioni migliori rispetto a Gioia. Cercò, chiese, invocò … ottenne zappe e picconi. Ne portò con sé, trascinandoli sulle spalle, stremato dal freddo e dalla stanchezza quanti più ne poté. Arrivato a Gioia, ne distribuì a chi trovò, poi iniziò il suo scavo  in via Toledo senza sosta, senza tregua, delicatamente man mano che scendeva in basso, fino al sesto giorno. Fu allora che la trovò. Esanime, bella nel suo pallore, rossa nel suo sangue intriso negli abiti: la sua sposa. Gettò la pala lontano. L’abbracciò con le ultime forze che aveva. Ripulì il suo viso della terra. La stese su un letto di ghiaccio. La baciò per l’ultima volta.

(da “Il terremoto delle anime”, di Cesira Sinibaldi e Carmine Granato, scritto e presentato a Gioia, in occasione del centenario del terremoto del 1915)